Social

THE BRIDGE – La serie originale – con Sofia Helin: Saga Norén e Kim Bodnia: Martin Rohde, di Hans Rosenfeldt, 2011, da Wikipedia

The Bridge – La serie originale (nota con il titolo Bron in lingua svedese e Broen in danese) è una serie televisivadanosvedese ideata da Hans Rosenfeldt.

Trasmessa dal 21 settembre 2011 sulla rete televisiva svedese SVT1

VAI A:

Sorgente: The Bridge – La serie originale – Wikipedia



ERA D’ESTATE (Italia, 2015, 100 minuti) di Fiorella Infascelli, con Massimo Popolizio, Beppe Fiorello, Valeria Solarino, Claudia Potenza e Elisabetta Piccolomini, visto al FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, CINEMA ASTRA di Como

Una immersione nella vita privata e intima di due italiani intrisi di etica pubblica. I loro caratteri , i loro affetti, il loro senso dell’umorismo (“come stai'” … “seduto”), la loro amicizia. Ci si affeziona a questi due. E ci si commuove. E si pensa: la polis è basata sulla responsabilità delle singole persone


Estate 1985. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trasferiti d’urgenza all’Asinara insieme alle loro famiglie in seguito a una minaccia più allarmante del solito. I giudici stanno lavorando al maxiprocesso penale che, la storia insegna, porterà in carcere molti dei protagonisti della criminalità organizzata. Dunque entrambi sono entrati nel mirino di Cosa Nostra, ma anche di quella parte della politica che preferisce il “vivi e lascia vivere”, quando si tratta di mafia.

Sorgente: FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, al CINEMA ASTRA di Como. Le trame di tutti i film a cura di BiBazz, 28 gennaio-4 febbraio 2017 | Il Cinema Racconta …


LO SCAMBIO (Italia, 2015, 93 minuti) di Salvo Cuccia con Filippo Luna, Barbara Tabita, Paolo Briguglia, Maziar Firouzi e Vincenzo Pirrotta, FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, CINEMA ASTRA di Como

La mafia vista come la normalità del male. Lui faceva una vita normale: cominciava a strangolare al mattino, andava a pranzare e poi continuava a strangolare al pomeriggio. Lei si uccide perchè il fratello si era “pentito”. Sullo sfondo la distruzione nell’acido di un ragazzo. Come se fosse ovvio fare così


Palermo, 1995. Tra i banchi del mercato, due ragazzi sono colpiti alle spalle da sicari ‘mafiosi’. Uno muore, l’altro sopravvive ma è questione di ore. Un commissario cupo e introverso indaga. A casa lo aspetta la consorte, una donna inconsolabile per il rapimento di un bambino avvenuto due anni prima e per non averne uno suo da stringere. In cortile un collega si accende un’altra sigaretta e rimane in attesa di sapere dove condurlo. Con l’aiuto dei suoi uomini, ferma e preleva un giovane geometra che sospetta prossimo ai ragazzi uccisi. Ma è evidente che il ragazzo non sa nulla. Nondimeno, ostinato a ottenere una confessione, il commissario passa alle maniere forti. La moglie intanto resiste lungo i corridori di una casa ingombrante e ingombrata di ‘buone cose di pessimo gusto’. Sola e fragile è assediata dalle apparizioni del bambino rapito che sogna un cavallo e del fratello pentito che rivela la faccia oscura del cognato. La tensione sale, i nervi cedono e la situazione fuori e dentro casa sfugge di mano.

Sorgente: FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, al CINEMA ASTRA di Como. Le trame di tutti i film a cura di BiBazz, 28 gennaio-4 febbraio 2017 | Il Cinema Racconta …


UN BACIO (Italia, 2016, 101 minuti) di Ivan Cotroneo, con Rimau Grillo Ritzberger, Valentina Romani, Leonardo Pazzaglie Thomas Trabacchi, al FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, al CINEMA ASTRA di Como. Note di regia di IVAN COTRONEO, in agiscuola.it

Il tema è la violenza del bullismo nel tempo attuale. Tre adolescenti di scuola media superiore: ognuno “difficile” a suo modo. Il film racconta anche che “le cose potrebbero andare in modo diverso”, come si immaginava Lorenzo. Ma non è andata così. Gli adulti hanno la responsabilità di favorire una biografia diversa a questi giovani. E nel film alcuni ci provano. Ma la loro fatica ed il loro impegno non sono bastati.


Lorenzo è un adolescente che arriva a Udine perché adottato da una famiglia dopo che aveva vissuto precedente esperienza negativa di adozione. Lorenzo è dichiaratamente gay. Blu è figlia del proprietario di un’azienda e di un’aspirante scrittrice. Ha un carattere reattivo anche perché a scuola, e sui muri, viene definita ‘una troia’. Antonio è figlio di una guardia giurata e pesa su di lui la presenza del fratello maggiore morto in un incidente. E’ un abile cestista ma i suoi compagni lo considerano un ritardato. Frequentano tutti e tre la III A del Liceo Newton.

Sorgente: FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO 2017, al CINEMA ASTRA di Como. Le trame di tutti i film a cura di BiBazz, 28 gennaio-4 febbraio 2017 | Il Cinema Racconta …


NOTE DI REGIA
di Ivan Cotroneo

Un bacio è un film che ha per protagonisti tre adolescenti. Un film che, per le tematiche che tratta è rivolto a tutti, adulti e non, ma che parla soprattutto ai ragazzi. Ecco, se posso esprimere un desiderio, mentre scrivo queste note e il film non ha ancora iniziato la sua strada nel mondo esterno, il desiderio è questo: vorrei che Un bacio fosse un film soprattutto per loro, per i ragazzi. Ragazzi che mettono al primo posto l’amicizia. Che si sentono soli. Che hanno una terribile paura di essere diversi, e di venire giudicati. Di ritrovarsi un’etichetta addosso. Qualunque essa sia.

Un bacio è tratto da un racconto che ho scritto, che porta lo stesso titolo e che è stato pubblicato in Italia da Bompiani. Ma mentre nel libro i protagonisti erano due ragazzi e un‘insegnante, qui, nella sceneggiatura scritta con Monica Rametta, i protagonisti sono tre adolescenti, e il mondo che si racconta è il loro. Gli adulti, che pure nella storia sono importanti, non vedono il mondo con gli stessi occhi di Blu, Lorenzo e Antonio.

tutto il testo qui

https://agiscuola.it/schede-film/item/526-un-bacio.html


FIORE (Italia / Francia, 2016, 110 minuti) di Claudio Giovannesi con Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vasiliu, Aniello Arena, Gessica Giulianelli e Valerio Mastandrea. Al Festival del cinema italiano, Como 2017

Dafne si trova in riformatorio per aver cercato di rubare un telefonino nella stazione in cui dormiva, sdraiata sopra una panchina. La ragazza è un gatto selvatico con alcuni precedenti alle spalle, una madre assente e un padre amorevole ma inadeguato che ha conosciuto da vicino la galera. Dafne vive alla giornata, e anche in riformatorio afferma la sua indole ribelle. Ma è anche una creatura profondamente sensibile, capace di profonda compassione e di quella solidarietà umana che nei suoi confronti è quasi sempre mancata. Quando incontra Josh, detenuto nell’ala maschile del riformatorio, individua in lui un’anima gemella e comincia a sperare in un happy ending opposto a quel destino che le è sempre apparso segnato

Sorgente:

https://cinrac.com/2017/01/28/festival-del-cinema-italiano-2017-al-cinema-astra-di-como-tutti-i-film-a-cura-di-bibazz/


La ragazza senza nome (Belgio, 2016, 113 minuti), di Luc Dardenne e Jean-Pierre Dardenne con Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione e Thomas Doret

La ragazza senza nome (Belgio, 2016, 113 minuti) di Luc Dardenne e Jean-Pierre Dardenne con Adèle Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione e Thomas Doret
Jenny Davin è una giovane dottoressa molto stimata al punto che un importante ospedale ha deciso di offrirle un incarico di rilievo. Intanto conduce il suo ambulatorio di medico condotto dove va a fare pratica Julien, uno studente in medicina. Una sera, un’ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo la polizia chiede di vedere la registrazione del video di sorveglianza dello studio perché una giovane donna è stata trovata morta nelle vicinanze. Si tratta di colei a cui Jenny non ha aperto la porta. Sul corpo non sono stati trovati documenti.
http://www.cinecircolo.it/


Goffredo Fofi INTERNAZIONALE.IT

L’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, i grandi registi belgi che, raccontando personaggi e situazioni del loro paese, parlano in realtà dell’Europa tutta così sorda e ottusa, si chiama La ragazza senza nome. Narra i sensi di colpa di una giovane medico, Jenny (Adèle Haenel, che condivide con i registi il peso del film), per non aver aperto fuori orario la porta del suo studio a una ragazza africana che pochi minuti dopo morirà ammazzata da qualcuno o per incidente. I riferimenti all’indifferenza che esiste in Europa sono evidenti, ma non insistiti. La metafora rimane nelle pieghe del racconto così lo spettatore può arrivarci da solo e a partire da sé a collegare il particolare e il generale. Anche perché l’Europa di sensi di colpa sembra averne ben pochi, e ciascuno, individuo e paese, gode o soffre del suo “particulare”, e sceglie soltanto tra l’indifferenza, il rinvio, l’ostilità.

Con ostinata fedeltà a una loro idea di cinema e di morale, i Dardenne raccontano personaggi che ci sembrano veri, li seguono e li scrutano e ci spingono a farlo anche a noi, in una rete di piccoli fatti che diventano significativi, depurando la narrazione dalle sue tentazioni naturaliste (l’ambizione a mostrare “la vita com’è”) e neorealiste (il “pedinamento del personaggio”). Scelgono da sempre, per aderire alla loro visione delle cose, una narrazione di tipo documentario, la macchina da presa che sta dietro all’attore e che lo colloca in situazione, e mostrano il contesto a partire da singoli incontri, da singole azioni, in ambienti comuni, banali, chiaramente delimitati. Con uno scopo bensì intimo, etico: farci riflettere sulle nostre, di colpe e di silenzi. Dall’individuo-attore all’individuo-spettatore, avendo per obiettivo i nostri sentimenti, la nostra identificazione con la questione e non solo con il personaggio.

Il film dei Dardenne era a Cannes, dove ha vinto quello di Loach, e si tratta di due film di pari interesse ma che seguono strade molto diverse. Nessuno dei due, va detto, è un capolavoro, ma entrambe sono opere degnissime. Loach sceglie un linguaggio mainstream, “da film” ben fatto, “normale” (che goda di una sceneggiatura studiatissima e di una regia perfettamente professionale), sceglie la via della denuncia tramite una comunicazione oggettiva. Sceglie la via del melodramma sociale che narra storie individuali come storie di ceti e di classi. Il suo scopo è di denunciare e di convincere, sperando in tal modo di contribuire a cambiare le cose, stimolare reazioni, propugnare giustizia. Il coinvolgimento deve crescere con l’indignazione. Conta il sociale, “la cosa pubblica”, il reale economico-sociale.

Se il limite del film di Loach è l’oratoria, quello della pellicola dei Dardenne è la sua struttura da poliziesco, non nell’impostazione ma nella forma, cioè un’indagine che lo fa somigliare a molte delle inchieste che bande di scrittori furbetti di tutto il mondo ci propongono quotidianamente sui tavoli delle librerie, affascinati dalla morte e dal crimine, e per niente dall’amor di giustizia. La ragazza senza nome non è il loro film più puro per questo, anche se è uno dei loro film, per il suo tema, tra i più ambiziosi. È troppo un “giallo”, ne ha troppo la struttura e i risvolti, i condizionamenti. I Dardenne hanno anche loro timore di non trovare spettatori e anche loro, come Loach, temono di non contare se non hanno un pubblico abbastanza vasto a cui parlare.

Anche se ci sono troppi risvolti e astuzie nella loro narrazione, nel loro giallo morale, il loro progetto resta tuttavia altissimo e dei più seri che sia possibile trovare nel cinema del nostro tempo. La loro scelta è di fondo, ed è chiara, vogliono raccontare esami di coscienza individuali perché credono che è solo a partire da lì che si possano affrontare quelli collettivi, che solo da lì è possibile ripartire, nella speranza che lo spettatore metta in discussione le proprie convinzioni, non sentendosi dalla parte del giusto e degli innocenti, delle vittime, ma vedendosi piuttosto come complice e come colpevole anche delle ingiustizie sociali che magari lo indignano.

Raccontando esami di coscienza individuali si possono affrontare quelli collettivi

Il grande tema dei film dei Dardenne e di questo in particolare è il tema della colpa. Del sentirsi colpevoli, come Jenny, per inadempienza o trascuratezza più ancora che per indifferenza. Si contribuisce anche in questo modo, indiretto, alla morte di altri. I due autori esigono che noi spettatori si prenda atto di ciò, ci si renda conto delle nostre responsabilità. Individuali. Dalla mancata assunzione di responsabilità, dall’indifferenza e trascuratezza nasce la corresponsabilità nei confronti del male che altri subiscono. Ed è da questo che può nascere, ma solo nei più sensibili (sempre più rari) il sentimento della colpa, la consapevolezza che anche noi c’entriamo con quelle morti. Con spiccata visione religiosa, che potremmo anzi dire cattolica, al tema della colpa – del superamento della colpa – si unisce quello della confessione, ma se il rischio del cattolicesimo è stato ed è quello di scaricare le coscienze (di liberare dalle responsabilità) con l’abuso rituale della confessione, nei laici Dardenne la confessione è un’assunzione pubblica di responsabilità. È qui la confessione alla polizia, alla giustizia, alla società. E alla confessione deve seguire l’espiazione, il cambiamento, altrimenti non vale.

Quel che i Dardenne chiedono è il riconoscimento pubblico delle nostre colpe, la nostra assunzione di responsabilità, la nostra trasformazione. Si rivolgono all’individuo per rivolgersi all’Europa, a un’Europa fatta di individui. Lo fanno con il mezzo del cinema, convinti che questa, come le altre arti, non serva soltanto a distrarci e non a metterci in crisi, invece che ad affrontare dilemmi eterni ma anche pressantemente odierni.

 

“La ragazza senza nome” dei fratelli Dardenne racconta il senso di colpa e le emozioni
L’Huffington Post | Di Giuseppe Fantasia

“Un bravo medico deve tenere da parte le emozioni, altrimenti rischia di farsi coinvolgere troppo e di non riuscire nel suo lavoro”. Una frase che suona come un rimprovero quella della dottoressa Jenny Davin (è Adèle Haenel) al suo stagista Julian (Olivier Bonnaud), che non è riuscito a rimanere inflessibile davanti ad un attacco epilettico di un giovanissimo paziente.

La dice all’inizio de “La ragazza senza nome” (La fille inconnue), il nuovo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, in uscita nelle sale italiane domani per la Bim.

Qualcuno suona alla porta dello studio medico, il ragazzo vorrebbe aprila, “ma non si può, perché siamo già oltre un’ora l’orario di chiusura”, gli dirà impassibile la dottoressa, pentendosi amaramente di quella risposta il giorno successivo, quando scoprirà che a suonare era stata una ragazza di colore, disperatamente alla ricerca di aiuto prima di essere ritrovata cadavere.

Da quel momento, la vita di Jenny – e non solo la sua – non sarà più la stessa e dilaniata dal senso di colpa, cercherà in tutti i modi di sapere qualcosa in più su quella ragazza senza nome, per non farla scomparire per sempre come se non fosse mai vissuta.

“Volevamo raccontare la storia di chi si sente responsabile, la storia di una donna e del suo senso di colpa che le permette di arrivare agli altri”, spiegano all’HuffPost i fratelli Dardenne, in questi giorni a Roma per la promozione del film dopo la presentazione ufficiale all’ultimo Festival di Cannes.

“Il medico è il confessore dei propri pazienti, una sorta di prete che ascolta i problemi cercando di risolverli – aggiungono – Sin dall’inizio abbiamo deciso di scegliere una donna nelle vesti di un medico, perché riesce meglio a manifestare la temperatura di una società. Quando una donna come lei, poi, dice di no, l’effetto è potentissimo”.

fratelli dardenne

“Bisogna tenere a bada le proprie emozioni, questo è vero e vale anche nel nostro mestiere”, aggiungono i due registi che con i loro film ci presentano sempre personaggi al limite, alle prese con un quotidiano difficile da sopportare che non può non coinvolgere.

“La nostra regola è applicare entrambe le cose: restare a distanza, ma allo stesso tempo cercare sempre di creare una certa empatia con tutti i personaggi”.

Agli spettatori consigliano di fare la stessa cosa e anche in questo caso, le sensazioni che proveranno non saranno da meno. Guardando Jenny, evidenziata da continui primi piani, è come se vi facessero entrare nella sua testa e chiedervi se quella presa è una scelta sbagliata oppure no. La sua, diventerà così la vostra ossessione, perché fino alla fine anche voi vorrete sapere chi è quella donna, qual è il suo nome, che lavoro fa e perché quella sera stava correndo disperata alla ricerca di aiuto.

Costruito come un giallo, il film è ambientato nella periferia di Liegi, grigia e scura come l’animo di tutti i personaggi dei Dardenne (tra gli altri, ci sono anche i loro due attori feticcio, Jérémie Renier e Olivier Gourmet), lo stesso posto dove girano tutti i loro film dal 1996, anno in cui uscì il loro indimenticabile “La promesse”.

Al centro della storia ci sono poi anche le differenze sociali, la disoccupazione, l’emarginazione e l’immigrazione. Quest’ultima “è un problema che riguarda tutti noi e la soluzione allo stesso non può che essere europea”, precisano i Dardenne che in occasione dell’uscita del film, assieme alla Croce Rossa Italiana e all’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, si uniscono per sensibilizzare il pubblico sul tema delle vittime senza volto.
“Ogni Paese deve impegnarsi ad accogliere una parte di immigrati, ma la solidarietà e la cooperazione tra le Nazioni è fondamentale”.

I Dardenne e il loro cinema de reale sono tornati al meglio, dimostrano ancora una volta di essere in splendida forma e noi gliene siamo grati.


WHIPPLASH di Damien Chazelle

film3694