Matteo Garrone, nato a Roma il 15 ottobre 1968

Matteo Garrone, nato a Roma il 15 ottobre 1968 (52 anni). Regista. Sceneggiatore. Produttore cinematografico • Ha vinto otto David di Donatello, sette Nastri d’argento e, per due volte, il Grand prix della giuria al Festival del Cinema di Cannes • «È l’unico regista italiano che sa raccontare con le immagini, dev’essere perché ha cominciato come pittore» (Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 26/9/2018) • Ha realizzato dieci film: Terra di mezzo (1996), Ospiti (1998), Estate romana (2000), L’imbalsamatore (2002), Primo amore (2004), Gomorra (2008), Reality (2012), Il racconto dei racconti (2015), Dogman (2018), Pinocchio (2019) • «Sono film necessari, ovvero carnali, materici e, come direbbe il Calvino delle Lezioni americane, pesanti. Si sporcano le mani, devono sporcarsi le mani, per afferrare i brandelli di realtà, cucinarli in studio, mangiarli sullo schermo: a Cannes, Garrone vince e rivince, ma non con la nouvelle cuisine; la sintesi è una tagliata – scommettiamo – cotta al sangue» (Rolling Stones, 3/9/2012) • «Se parliamo del cinema di oggi, conosco personalmente due autori di rilievo internazionale: Matteo Garrone e Paolo Sorrentino» (Emir Kusturica) • «Purtroppo il sistema che ha coltivato i grandi film italiani è stato smantellato. C’è però un regista italiano attuale che mi piace moltissimo, ed è Matteo Garrone» (Willem Dafoe) • «Quando abbiamo visto per la prima volta i film di Matteo ci è venuta voglia di abbracciarlo» (i fratelli D’Innocenzo) • «Vedere il proprio libro sul grande schermo è come vedere la propria ragazza in mano a un altro. Garrone ha rappresentato quello che ho scritto nel miglior modo possibile» (Roberto Saviano, nel 2008, a proposito di Gomorra) • «Perché così pochi ruoli di donne al cinema? Solo i gay sanno scrivere per noi, eccetto Matteo e Allen» (Salma Hayek, nel 2015, a proposito di Il racconto dei racconti) • «Una volta gli ho scritto un’email, per manifestargli con slancio sincero tutta la mia ammirazione. Ma non mi ha mai risposto…”» (Virginia Raffaele, che sogna di poter lavorare con lui, a Elvira Serra, 7, 11/8/2020).
Titoli di testa «Ha presente quando si dice che un attore buca lo schermo? Ecco, io sono esattamente l’opposto. Quando uno parla del suo film dovrebbe trasformarsi in un abile venditore per convincere gli spettatori… Ecco, io ottengo l’effetto contrario! Quindi è meglio che stia zitto. Ma c’è dell’altro. Parte del mio lavoro sta nell’osservare la gente senza che se ne accorga. Come può ben capire, se divento “famoso” e riconoscibile, per me è finita. Insomma, ho ragioni serie che vanno oltre l’aspetto emotivo per sottrarmi alle interviste…».
Vita Figlio di Nico Garrone, critico teatrale di Repubblica, e di Donatella Rimoldi, fotografa di scena. Suo nonno paterno insegnava tecnica bancaria a Bari. Suo nonno materno, Adriano Rimoldi, era un attore. «Uno dei belli dell’era dei Telefoni Bianchi. Fece Addio giovinezza e I bambini ci guardano, il primo film di De Sica con Zavattini» • Fin da bambino gli piace disegnare. «Mi piacevano i racconti per immagini, creavo delle storie a fumetti. Questo mi conforta, vuol dire che forse ho fatto cinema per una buona ragione. Sono sempre stato affascinato dal colore» (Giuseppe Videtti, il venerdì, 11/12/2019) • «È vero questo fatto che tu avresti potuto fare il tennista professionista? “Be’, diciamo che da piccolo ero tra i primi del Lazio”. Piccolo quanto? “A dieci anni ero una promessa. La mia ambizione principale, la mia vita, tutto girava intorno al tennis. Vivevo sui campi da tennis”. Per una tua iniziativa o perché ti seguiva qualcuno? “Forse solo una coincidenza. La casa in cui abitavo, a Roma, al quartiere Fleming, confinava con i campi da tennis. A volte le palline volavano nel mio giardino. Sentivo i colpi risuonare in casa, tutti i rumori… sono cresciuto praticamente dentro un circolo. Può darsi che sia stato per quello”. A calcio no? “Certo, giocavo anche a calcio. Ma poi arrivi a un bivio, e io ho scelto di continuare la carriera agonistica nel tennis. In un quaderno mi appuntavo tutto quanto, le caratteristiche dei miei avversari, in che modo i genitori li influenzavano psicologicamente, le strade per arrivare al tale circolo. Andavo in bici dal Fleming fino al Tennis Tiburtina; facevo corso Francia, tutta quella strada… Ricordo un viaggio in treno a tredici anni per andare ai campionati internazionali under 16 a Napoli, l’arrivo alla pensione Margherita, poi al TC Vomero. Il mio primo viaggio da solo…”. Come andò? “Arrivai agli ottavi di finale, e dagli ottavi di finale iniziai a prendere anche i soldi. A quel punto venne da Roma il mio maestro Gianni Salvati; dormimmo nella stessa stanza, che imbarazzo… Poi persi ai quarti”. E tutto questo per una tua ossessione, mai seguito da tuo padre? “Mio padre era non dico disperato, ma comunque un po’ preoccupato dal fatto che non facessi altro. Non leggevo, non scrivevo […] Pensare che aveva una biblioteca meravigliosa, ed era arrivato al punto di offrirmi dei soldi pur di farmi leggere o scrivere qualcosa”. Quindi era quasi ostacolata, questa tua passione per il tennis… “In una maniera dolce. Ogni tanto mio padre veniva a vedermi, ma così, distrattamente. Per fortuna non era uno di quei genitori che puntano sul figlio sperando che diventi un campione!”» (Edoardo Albinati, SportWeek, 30/4/2016) • «Avevo anche un certo talento, ma quando a 18 anni arrivai alla scuola di Nick Bollettieri incontrai tredicenni che già erano in classifica Atp. Capii che non era la mia strada» (a Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 8/6/2018) • Nel 1986 si diploma al liceo artistico. «L’arte è stata la mia ancora di salvezza quando ho fallito nello sport» • «Quando fu chiaro che non sarei stato il campione che sognavo, di fronte alla prospettiva di diventare maestro di tennis a vita, iniziai a lavorare nel cinema come aiuto operatore e fotografo di scena, molte foto con mia madre, infine pittore, suggestionato da Caravaggio, Rembrandt, Velázquez, Goya e, successivamente, Bacon» • Quando inizia a dipingere ha ventuno, ventidue anni. «Dipingendo, ho costruito il mio rapporto con i colori, la luce, la messa in scena; e anche il mio metodo di interpretazione della realtà, che passa tutto attraverso la figurazione» (a Nicola Mirenzi, Huffington Post, 27/5/2018) • Matteo inizia ad appassionarsi al cinema, alla letteratura, al teatro. Comincia persino a leggere. Il suo primo libro è una biografia di Che Guevara. «Così ho ritrovato mio padre» • «“Ho cominciato a fare il regista per gioco. Un giorno, Marco Onorato venne da me e mi disse: ‘Mi è avanzata della pellicola. Ti va di girare qualcosa?’. Avevo guadagnato e messo da parte dei soldi. Ho detto: perché no?”. Come li aveva guadagnati quei soldi? “Avevo un locale a Viale Archimede, ai Parioli, un disco club e un ristorante, nel quale lavoravo insieme a mia madre. Di pomeriggio, facevo feste per bambini”. L’idea del cinema non la sfiorava nemmeno? “Il compagno di mia madre era un direttore della fotografia. Mi portava sui set e mi aiutò a fare l’assistente dell’operatore. Una certa aria l’ho sempre respirata”» (Mirenzi) • «Giugno, estate precoce. La campagna romana, ai bordi di periferia, è una savana. Il giovane pittore è in cerca di materiali per le sue opere. In mezzo al nulla, in quel paesaggio sospeso – miraggio – un quadro già dipinto nella caligine. Puttane nigeriane superbe nei loro turbanti, fasciate di colori sgargianti. Una, seduta su una poltrona abbandonata, si ripara sotto un ombrellino, le altre le ronzano intorno come comparse in pausa sul set di una processione tribale. Tutt’intorno, umanità che va e viene: rallenta, sbeffeggia e sgomma; si ferma, contratta e si apparta. È la sua prima favola, con tanto di regina, principesse, cortigiani, miserabili e buffoni. Immediata la voglia di filmare, l’intuizione del cineasta fa presto a diventare ossessione. “Rimasi folgorato da quella scena assolutamente cinematografica […] Filmai una giornata di quelle prostitute e mi autoprodussi un corto, Silhouette, che presentai alla prima edizione del Sacher Festival di Nanni Moretti. Lì iniziò quel rapporto di empatia che sempre ho coi miei personaggi”» (Giuseppe Videtti, la Repubblica 14/6/2015) • Da quel giorno comincia a dedicarsi al cinema a tempo pieno. Lascia la pittura da parte. «Ho smesso nel ‘95, quando ho cominciato a lavorare al mio primo film. Per me dipingere è un percorso, non riesco a interromperlo e riprenderlo solo nel weekend. Chissà, forse un giorno ricomincerò, non lo so» (a Simona Coppa, Grazia, 27/9/2012)
Amore «Quanto conta per lei il sesso? “Molto. Non solo l’amore, anche il desiderio, la carnalità, la ricerca del piacere e l’ossessione per il corpo fanno parte del mio cinema, fin da L’Imbalsamatore”» (Cazzullo) • Sul set di Gomorra ha conosciuto Nunzia De Stefano, con cui è stato legato per anni. «Lei è l’ultima di otto figli. Si era legata a una famiglia circense: era domatrice di elefanti. Siamo separati, ma la sto aiutando a girare il suo primo film» • Lei lo aiutò a scegliere gli interpreti di Gomorra. «Io ero orientato verso facce forti, contadine, mentre lei mi ha spiegato: guarda che i camorristi erano così vent’anni fa, oggi sembrano ospiti televisivi, si depilano, portano l’orecchino, vogliono assomigliare a un calciatore. Così ho cambiato il cast» • Un figlio: Nicola (n. 2008). «Mio figlio avrebbe accettato di fare il ruolo di Pinocchio per non andare a scuola, ma poi non sarebbe mai arrivato sul set in orario; Pinocchio dentro, insomma».
Politica «Non mi faccia parlare di politica» (a Cazzullo).
Malefatte? Nel maggio del 2012 viene convocato dalla Procura di Napoli in seguito alle dichiarazioni del pentito Oreste Spagnuolo, che in un’intervista era stato categorico: «Senza il pizzo alla camorra, il film Gomorra non sarebbe stato girato». Lo stesso Spagnuolo aveva riferito agli inquirenti di un incontro tra Garrone e Alessandro Cirillo, boss agli arresti domiciliari, all’epoca reggente del clan Bidognetti, e di aver saputo da Cirillo del pagamento di un pizzo da 20 mila euro perché le riprese girassero “lisce come l’olio”. Il produttore del film, Domenico Procacci, esclude da subito, e categoricamente, che ci sia stata una richiesta e tanto meno il pagamento di somme di denaro, mentre Garrone ammette di aver incontrato il boss «Sì, l’ho detto anche ai magistrati. Ma non sapevo che fosse agli arresti domiciliari. E comunque ci sarei andato lo stesso… eravamo nel 2007, prima di girare Gomorra. Dovevo documentarmi, dovevo capire quel mondo. Anche quando volevo fare un film su Fabrizio Corona ho passato dei giorni a casa di Lele Mora in Costa Smeralda. Non c’è niente di male» (a Ferruccio Sansa e Nello Trocchia, il Fatto Quotidiano, 16/5/2012).
Curiosità Abita a Roma, in piazza Vittorio, sull’Esquilino, nello stesso condominio di Sorrentino. «Se li immagina Pasolini e Fellini che si incontrano nello stesso ascensore? “E tra noi due chi sarebbe Fellini?” Direi Sorrentino… “Non so cosa si sarebbero detti loro in ascensore. Io, soprattutto nel periodo dell’Oscar, in ascensore evitavo proprio di incrociarlo. Diciamo che non siamo da pacche sulle spalle. Ma la competizione è sana. Da ex sportivo penso sia uno stimolo, una spinta a fare meglio”» (Videtti, 2015) • Nel 2016 ha scritto, con Edoardo Albinati, uno dei racconti di Smash. 15 racconti di tennis • «Perché dagli anni Settanta non abbiamo un campione? “Forse perché siamo troppo viziati”. Federer o Nadal? “Conosce qualcuno che non direbbe Federer?”. Però Nadal è il più grande combattente della storia del tennis. “Ma Federer è l’eleganza”» (Cazzullo) • «L’attitudine a organizzare mi è rimasta da quando giocavo a tennis. Il set per me è la partita, prima di girare Gomorra avevo ideato uno schema che corrispondeva a quello del tennis e, in tante tasche di plastica inserite sul tabellone, avevo messo dei cartoncini colorati per visualizzare l’andamento del film e le fotografie delle scene già girate» • Ha un accordo con i produttori. «Mettiamo da parte una quota del budget complessivo in modo che, se al termine delle riprese non sono soddisfatto, si può tornare a girare per altre tre settimane senza ulteriori investimenti. Se invece tutto funziona, allora risparmia il trenta per cento» • Amante dei cani • I cinque film della sua vita: Il posto delle fragole di Bergman, Otto e mezzo di FelliniTaxi driver di Scorsese, Andrei Rublev di Tarkovskij, Sherlock, Jr di Buster Keaton • «Regista, sceneggiatore, produttore: ha mai pensato di fare l’attore? “No, non credo di essere portato”» (Coppa) • «Mi gratifica quando qualcuno mi dice che ha apprezzato i miei film. Ma per strada nessuno mi riconosce. Posso vivere serenamente nel mio anonimato e, tra le mie ambizioni, non c’è quella di essere qualcuno».
Titoli di coda «Che idea si è fatto dell’Italia? “Non riesco a generalizzare. Ho incontrato tutto e il contrario di tutto” Lei quest’anno, il 15 ottobre, compie cinquant’anni [nel 2018, ndr]. È uno degli artisti più importanti che abbiamo. Si sarà fatto un’idea del suo Paese, di quel che sta diventando. “Ogni storia è il tassello di un mosaico. Ma di tasselli ce ne sono milioni. Io porto il mio tassello; ma un film non esaurisce un discorso, restituisce un frammento del Paese e nello stesso tempo racconta una vicenda universale. I miei sono film istintivi, emotivi, di pancia. Se fossi tutta testa rischierei di fare la fine di Djokovic” Il tennista, l’ex numero uno del mondo? “Lui. Scriveva libri sull’equilibrio interiore e poi invece s’è bloccato. Alla fine mi guarderò indietro e tenterò di capire se c’è un legame tra le cose che ho fatto”» (Cazzullo).

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