Il Venerdì

Bettino Craxi, negli anni Ottanta padrone dell’Italia, in Hammamet è un uomo anziano, malato di rabbia e solitudine, ossessionato da un sentimento di rivalsa che sfoga aprendo in continuazione il frigorifero. «Mio nonno disse agli americani: no!» dice a un visitatore, in una scena del film, il nipote di Bettino mentre gioca sulla spiaggia con un piccolo aereo e soldatini di piombo. «E gli americani se la fecero sotto». Gianni Amelio, che di Hammamet è il regista, spiega: «Se avessi voluto esaltare il grande leader avrei cominciato e finito il film con l’episodio di Sigonella. Craxi ha tenuto duro su un fatto rischioso, ha sfidato una superpotenza. Lo immagina un altro al suo posto? No, non ho voluto raccontare il leader che governa con il pugno di ferro, ma la parabola di uno sconfitto e il suo scontro con la persona che gli vuole più bene, la figlia».

Con Il Venerdì Gianni Amelio parla per la prima volta del suo film, personale e malinconico, su una delle figure politiche più controverse del Dopoguerra. Racconta il tratto finale di un uomo non più potente, solo, arrogante, circondato dai fantasmi ma anche dall’amore della famiglia, incarnato alla perfezione da Pierfrancesco Favino. Hammamet arriva in sala il 9 gennaio, il 19 saranno vent’anni dalla morte di Bettino Craxi.

Amelio, lei ha mai conosciuto o incontrato Craxi?
«No, non sono mai stato un simpatizzante socialista, tanto meno craxiano. Le confesso che quando Craxi era all’apice del potere io avevo un po’ un rigetto della sua personalità, della sua – vorrei usare una parola che forse non è adatta, ma mi viene questa – prepotenza. Del suo presenzialismo invadente e disturbante, almeno per me, semplice cittadino che vota».
Quando ha cambiato opinione?
«Mi sono ribellato all’episodio dell’Hotel Raphaël. Molti di quelli che gettavano le monetine venivano da un comizio di Achille Occhetto in Piazza Navona, non era gente che passava per caso. Le idee del tuo avversario le combatti con le armi del ragionamento, non sputandogli addosso. Lì è iniziato un tarlo che mi ha lavorato dentro, sul modo crudele e antipolitico in cui lo si trattava. Poi mi sono domandato perché Craxi non si difendesse davanti ai giudici, ma solo nella sede che lui riteneva opportuna, il Parlamento. Cosa che non lo giustifica, secondo me. Tante sue prese di posizione nel film sono inquadrate con un formato diverso, quasi a virgolettare le sue opinioni, lasciando allo spettatore la libertà di giudicarle».
Nel film c’è la grande rabbia di Craxi verso i giudici.
«Sì, e non la condivido. Anche per questo nel racconto la figlia, il suo contraltare emotivo, tenta di convincerlo a tornare in Italia, malgrado la possibilità che sia arrestato in aeroporto. Il senatore che lo va a trovare gli dice: “Pure con la febbre ci andavo dai giudici, che mi hanno ringraziato”. E nelle sue parole c’è il dna del democristiano navigato, si riconosce un certo modo di gestire il potere. Penso che a tradire Craxi sia stato il suo ego, una strategia dettatagli dall’arroganza».
Nella prima scena c’è una sassata contro un vetro, un gesto che ritorna.
«Tornano i pesi dell’infanzia. Per citare Il primo uomo di Camus: tutto quello che un uomo è nella sua maturità nasce dal bambino che è stato. L’educazione di Craxi nel mio film lo conduce a una ribellione autodistruttiva. Nel collegio dei preti c’è il seme di una “maleducazione” che si porterà dietro per sempre. La scena della punizione in chiesa e del padre che lo difende mi sembra esplicita».
Il rapporto padre-figlio è centrale nel suo cinema.
«È la prima suggestione da cui sono partito. Non un film su Craxi ma sulla caduta di un uomo di potere e sullo scontro con la persona che più gli vuole bene, sua figlia. Ho sempre pensato al rapporto tra Re Lear e Cordelia, la figlia meno amata perché dice le verità che disturbano, quelle che non consolano».
C’è anche un altro rapporto padre-figlio, nel film.
«Quello col ragazzo misterioso che penetra di notte nella villa sfidando le guardie armate. Vuole avvicinare il sovrano caduto in disgrazia, che ha scelto di rifugiarsi in un Paese straniero. Fausto è l’antagonista, appartiene al lato thriller del film».
Bobo Craxi ha detto che nella realtà è stato lui vicino al padre, più della sorella Stefania. Lei però ha preferito raccontare la figlia.
«Conosco poco Stefania Craxi, e Bobo Craxi ancora meno. Ho conosciuto, e devo dire che ho un certo trasporto umano per lei, Anna Craxi, la vedova: è una donna che ha preso le distanze da tutto, forse per “salvarsi” a modo suo. Con lei ho parlato poco di suo marito, ma molto di cinema e di libri».
Bobo e Stefania hanno letto la sceneggiatura?
«Sì, li ho incontrati e ho spiegato il progetto. Si sono fidati, conoscevano i miei film. Il fatto che non fossi mai stato un socialista, men che meno un militante, deve averli stranamente rassicurati. Né un film fazioso né un santino, ho promesso. Ma i rapporti pratici, liberatorie eccetera, li ha gestiti il produttore, che loro conoscevano da tempo».
Il produttore, Agostino Saccà, era vicino a Craxi.
«Non vorrei che ci fosse un altro pregiudizio sul film, fra i tanti. Le cose sono andate in un altro modo, nessuno mi ha imposto niente. Saccà mi propone un film su Cavour nel rapporto con la figlia [1]. Rispondo: perché scomodare un personaggio dell’800? Al limite è più interessante la figlia di Craxi nel momento della caduta di suo padre… Poi ho scoperto di non essere stato né il primo né il solo a volersi avvicinare alla vicenda Craxi, la cosa era nell’aria. Ma non volevo raccontare fatti di pubblico dominio, volevo entrare nel privato. Dunque il benestare della famiglia era necessario».
Il film è girato nella vera villa di Hammamet.
«In gran parte, sì. Non avevo scelta. Ho setacciato la Tunisia per trovare una casa che somigliasse a quella vera, ma non esiste. Ormai da anni tutti si fanno la villona al mare. Craxi la sua casa l’ha costruita negli anni Settanta, in quella che allora era campagna. È un’abitazione diciamo modesta, rispetto alle regge altrui. La moglie e i figli hanno accettato le mie condizioni: girare in casa loro senza averli intorno. C’era solo il custode che ci apriva la porta ogni mattina».
In Pierfrancesco Favino, oltre alla somiglianza impressionante, c’è un gran lavoro sui gesti, sulla voce…
«Abbiamo combattuto insieme – sembra una contraddizione ma non lo è – contro il trucco, pur usando il make up prostetico che in Inghilterra ha reso Gary Oldman un Churchill perfetto. Favino non ha niente di Craxi ma ha un dominio totale dei propri mezzi di attore. Non imita, ti ridà la persona e la personalità. Alla base c’è un talento unico».
C’è una scena intensa con l’amante in una stanza d’albergo. Nel film Craxi confessa alla figlia: «È suo l’ultimo volto che vedrò prima di morire».
«È un personaggio di fantasia, ma non deve essere una delle tante. L’incontro tra i due è la prima scena d’amore che ho mai girato».
Craxi è ancora materia incandescente. Perché?
«A vent’anni dalla morte c’è ancora un rifiuto feroce negli avversari. Meno nella gente comune. Lo si è demonizzato in vita e in morte e, dal momento che il suo modo di fare politica appariva o era discutibile, si è avuto agio di rincarare le dosi. Ricordo bene le classifiche in negativo che lo accostavano addirittura a Hitler, Mussolini… Poi è sceso un silenzio inquietante, inspiegabile, se vogliamo».
Eugenio Scalfari, nel 2010, commentando la lettera del Presidente della Repubblica Napolitano ad Anna Craxi, scriveva che era giusta la pietas non solo come privata virtù ma come elemento costitutivo di una democrazia.
«Condivido in modo assoluto».
Che cosa ci racconta dell’oggi, Hammamet?
«La situazione politica attuale è come la colonna sonora del film. Il commento musicale di Nicola Piovani è L’Internazionale fatta a pezzi, frantumata. Oggi abbiamo le macerie dell’ideologia che ci sosteneva quando credevamo in un partito. Forse dobbiamo ammettere che, da decenni, la politica vera non c’è più».
Bobo dice che politicamente la sorella cerca di piegare la figura del padre a destra. Che cosa ne pensa?
«Ho sempre pensato che il partito di Craxi fosse un partito di sinistra. Magari non proprio quella che avevo in mente io, ma di sinistra».
Come vede la parabola umana e politica di Craxi?
«Non la parabola di un vincitore, ma di un perdente che si è perduto da solo, per i motivi che il film dice ad alta voce».
Il film arriva in coincidenza con i vent’anni dalla sua morte.
«È un caso. La lavorazione è slittata perché ho dovuto aspettare che Favino finisse di girare con Bellocchio».
È pronto alle reazioni?
«Ho fatto il film che volevo in tutta libertà. Lo spettatore che paga il biglietto per vederlo io lo rispetto, anche se esprime un parere negativo. E i critici fanno il loro mestiere. In buona fede, s’intende».

Arianna Finos

[1] Cavour non ha avuto né moglie né figli

Bobo

la Repubblica
Bobo Craxi, 55 anni, è seduto in un caffé di Roma. Dopo pochi minuti si alza: «Ho bisogno di fumare». E così l’intera intervista proseguirà sulla terrazza.
Esce Hammamet, il film di Gianni Amelio su suo padre, Bettino. L’ha visto?
«Sì, e inizialmente ho avuto uno scazzo con Amelio e la produzione, perché l’elemento romanzato prevale su quello politico. Mentre scorrevano le immagini mi dicevo continuamente “ma Bettino non parlava così”. Oppure mi arrabbiavo per certi fatti non veritieri».
È un film.
«Me ne sono fatto una ragione. C’è un elemento di libertà dell’artista che non può essere sindacato da nessuno. Credo che Amelio avesse in mente la stessa operazione che fece Carlo Lizzani sugli ultimi giorni di Mussolini. Ricordo che mio padre mi portò a vederlo, ero bambino, mi fece grande impressione perché si apre con l’immagine del vilipendio del cadavere del Duce».
Favino l’ha convinta?
«In certe pose è in stato di grazia».
Craxi per vent’anni è stato dimenticato. Ora Hammamet non riapre almeno un dibattito?
«Sì, anche se poi non analizza le ragioni profonde su cosa accadde in Italia dopo la fine della Guerra fredda».
Cosa accadde?
«Bisognava ristabilire un nuovo ordine, in economia e in politica. E mio padre si rifiutò di guidare una rivolta nazional-capitalistica del sistema, perché come disse in un famoso discorso al congresso socialista di Bari, citando Ugo La Malfa: “Io sono un uomo del sistema”. Allo stesso tempo il nuovo ordine mondiale non poteva più tollerare eccessivi elementi di autonomia nazionale. E siccome non erano più tempi di golpismo militare si scelse l’arma del golpismo giudiziario o della purificazione morale».
I magistrati come espressione di quest’ordine?
«Sì, in parte consapevolmente, in parte no».
E da chi venne l’ordine, se così si può dire?
«Da chi aveva vinto la Guerra fredda, dagli americani».
E le tangenti, per le quali Craxi venne condannato più volte?
«Erano finanziamenti illegali ai partiti. I partiti si finanziavano così».
Miliardi di tangenti solo come finanziamento politico?
«Tutto il sistema funzionava così. E quella era una democrazia poggiata sui partiti».
E non ci fu arricchimento personale?
«Mai! La mia casa a Roma è finita all’asta perché non riuscivo più a pagare il mutuo, ancora adesso sono alle prese con le tasse giudiziarie per i processi di mio padre, c’è in corso un contenzioso. Vivo facendo delle consulenze. Il politico è una nobile professione intellettuale».
La gente la riconosce per strada?
«Da qualche tempo mi ferma per esprimere rimpianto per i tempi della Prima Repubblica. Del resto cosa ha prodotto Tangentopoli? Un capitalismo liberista senza regole. Una destra populista, che è una forma rinnovata di neofascismo. Perfino il procuratore Borrelli alla fine fece autocritica sul mondo emerso dopo la sua inchiesta. Come vede, la ruota gira».
Suo padre non era simpatico.
«Ma il potere non deve esserlo».
Trova sgradevole il fatto che la prima a dare un’intervista sia stata l’ultima amante di Craxi?
«Quando Bruno Vespa l’intervistò nel 2007, mi arrabbiai moltissimo, ma feci male. Oggi mi dico: chi sei tu per esprimere dei giudizi? Anche questa fu la vita di Bettino Craxi. “La storia non ha nascondigli”, per citare Francesco De Gregori».
Dov’era quando gli tirarono le monetine davanti al Raphael nel 1993?
«A Milano, nella nostra casa di via Foppa. All’indomani trovai una scritta inneggiante a Di Pietro sul muro. La nostra vità cambiò».
È più tornato al Raphael?
«Sì, la stanza di mio padre è diventata un ristorante».
E la sede del Psi di via del Corso ora ospita la Nike.
«Ma i piani del partito sono della Presidenza del Consiglio, la sala delle riunioni, intitolata a Riccardo Lombardi, è rimasta».
Che padre era Bettino?
«Non c’era. Prima veniva la politica, poi il partito, poi gli amici, e infine venivamo noi. La politica era totalizzante, non implicava vita famigliare. Non c’era fisicità. Ho due figli, una ragazza di 26 anni, e un ragazzo di 21, e ho cercato essere un padre diverso».
Era una figura ingombrante?
«Lo è ancora. Ma non era un uomo complicato, o contorto. Era cocciuto».
Concetto Vecchio

Hammamet di Gianni Amelio, con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen e Alberto Paradossi. Arianna Finos su il Venerdì (la Repubblica): «Bettino Craxi, negli anni Ottanta padrone dell’Italia, in Hammamet è un uomo anziano, malato di rabbia e solitudine, ossessionato da un sentimento di rivalsa che sfoga aprendo in continuazione il frigorifero. “Mio nonno disse agli americani: no!”, dice a un visitatore, in una scena del film, il nipote di Bettino mentre gioca sulla spiaggia con un piccolo aereo e soldatini di piombo. “E gli americani se la fecero sotto”. Gianni Amelio, che di Hammamet è il regista, spiega: “Se avessi voluto esaltare il grande leader, avrei cominciato e finito il film con l’episodio di Sigonella. Craxi ha tenuto duro su un fatto rischioso, ha sfidato una superpotenza. Lo immagina un altro al suo posto? No, non ho voluto raccontare il leader che governa con il pugno di ferro, ma la parabola di uno sconfitto e il suo scontro con la persona che gli vuole più bene, la figlia”. […] Gianni Amelio parla […] del suo film, personale e malinconico, su una delle figure politiche più controverse del Dopoguerra. Racconta il tratto finale di un uomo non più potente, solo, arrogante, circondato dai fantasmi ma anche dall’amore della famiglia, incarnato alla perfezione da Pierfrancesco Favino. Hammamet arriva in sala il 9 gennaio, il 19 saranno vent’anni dalla morte di Bettino Craxi. Amelio, lei ha mai conosciuto o incontrato Craxi? “No, non sono mai stato un simpatizzante socialista, tanto meno craxiano. Le confesso che quando Craxi era all’apice del potere io avevo un po’ un rigetto della sua personalità, della sua – vorrei usare una parola che forse non è adatta, ma mi viene questa – prepotenza. Del suo presenzialismo invadente e disturbante, almeno per me, semplice cittadino che vota”. Quando ha cambiato opinione? “Mi sono ribellato all’episodio dell’Hotel Raphaël. Molti di quelli che gettavano le monetine venivano da un comizio di Achille Occhetto in Piazza Navona, non era gente che passava per caso. Le idee del tuo avversario le combatti con le armi del ragionamento, non sputandogli addosso. Lì è iniziato un tarlo che mi ha lavorato dentro, sul modo crudele e antipolitico in cui lo si trattava. Poi mi sono domandato perché Craxi non si difendesse davanti ai giudici, ma solo nella sede che lui riteneva opportuna, il Parlamento. Cosa che non lo giustifica, secondo me. Tante sue prese di posizione nel film sono inquadrate con un formato diverso, quasi a virgolettare le sue opinioni, lasciando allo spettatore la libertà di giudicarle”» (leggi qui).

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